Di Monika Poznanska.
Appassionato di ciclismo, alpinismo, speleologia, Maurizio Marsigli è anche un atleta della Nazionale Italiana di Arrampicata. Nel 2006 ha ottenuto il 3°
posto al Campionato Europeo Disabili di Ekaterinburg e nel 2008 il 2° posto nella Coppa del Mondo di Paraclimbing a Mosca. All’età di circa due anni Maurizio
è stato colpito una grave malattia (polio). Da allora una delle sue gambe è rimasta completamente paralizzata, fatto che ha inevitabilmente condizionato la sua
esistenza. Ma Maurizio non si è mai arreso, anzi è un uomo pieno di risorse.
Dopo il bronzo a Ekaterinburg e l’argento a Mosca... Possiamo sperare che nella prossima gara organizzata in Italia a Val Daone
arrivi la medaglia d’oro?
Non nego che mi alletterebbe molto prendere l’ultimo treno e chiudere la mia carriera con l’oro. Non mi considero un atleta di livello assoluto. Lo ero un
tempo, adesso purtroppo l’età (54 anni) e alcuni problemi di salute mi impediscono di allenarmi come una volta. Il mio risultato dipende anche dalla Federazione.
Spero che potrà fornirmi gli strumenti giusti: sto parlando soprattutto di un tutore ortopedico adeguato. Ora ne utilizzo uno, che si sta rompendo e che pesa più di
quelli moderni, influenzando negativamente la rotazione di tutto il corpo durante l’arrampicata.
Cosa ti aspettavi dalla gara di Mosca?
Sono partito molto diffidente perchè capita che le gare per i disabili non vengano prese seriamente, spesso sono fatte solamente perché devono essere fatte.
Cosa intendi?
Capita che manifestazioni di questo tipo siano dettate da interessi personali o da una generica voglia di fare “qualcosa” che a volte si tramuta nel fare
“qualcosa” di sbagliato. Io, avendo sempre vissuto una vita normale a tutti gli effetti, mi sento a disagio quando mi trovo di fronte alle situazioni “finte” dove
si manifesta chiaramente il senso d’obbligo nell’organizzare gare per disabili. Essendone coinvolto personalmente divento molto critico. Devo dire però che il
responsabile della Federazione Russa e organizzatore della gara Alexandre Piratinski ha fatto veramente un buon lavoro. Non mi sono sentito a disagio neanche
per un istante ed è veramente raro perché ho un carattere abbastanza difficile; non riesco mai a prendere solamente quello che viene, ma voglio sempre il meglio
che talvolta significa il meglio possibile.
È molto che pratichi questo sport? Nonostante le difficoltà sei riuscito a raggiungere livelli altissimi!
Posso dire che ho già vinto la mia “medaglia d’oro” quando ho salito un “8a” in falesia. A suo tempo mi sentivo un po’ la “star” perchè
anche ai livelli mondiali non c’erano atleti che nelle mie stesse condizioni erano capaci di fare quello che facevo io, sia in montagna che in
palestra.
Ora ti definisci veterano dell’arrampicata, ma come è nato il tuo interesse per questo sport?
Da ragazzo ho iniziato a praticare speleologia, presto però mi sono reso conto che era la montagna ad attirare la mia attenzione.
Così è nata la passione per l’alpinismo e successivamente per l’arrampicata.
Cos’è per te l’arrampicata sportiva?
È uno sport a tutti gli effetti. Nell’alpinismo esistono due componenti importanti; la bravura, che comprende capacità e allenamento (quindi elementi che sono
determinanti anche nell’arrampicata), ma esiste anche il fattore rischio. Mi è capitato di vedere alpinisti costretti a fare passaggi difficilissimi non tanto per
dimostrare che ne erano capaci, ma per non rischiare di cadere. Il fattore rischio influenza molto l’alpinismo, mentre l’arrampicata sportiva è basata solo sulla
capacità. L’arrampicata sportiva è anche competizione, e se non altro, è una competizione con se stessi. Chi si arrampica in palestra lo fa per vincere una gara
o per allenarsi a “chiudere” una via che qualcun altro non riesce ancora a fare. C’è sempre una rivalità, ma è una rivalità buona se indirizzata bene, una rivalità
che aiuta a crescere e a migliorare i propri risultati.
Secondo te allora per migliorare bisogna mettersi in confronto con gli altri?
È importantissimo! Mi faccio portavoce di quest’idea. Quando sono andato a congratularmi con il ragazzo di 20 anni che ha vinto la gara di Mosca
(il ragazzo ha una gamba amputata), gli ho detto: “guarda i miei risultati e ricorda che se io ho salito un “8a”, tu puoi fare ancora di più”. Ma confrontarsi
con persone “normali” non è sempre stato facile. Ho conosciuto qualcuno che si sentiva perfino umiliato non essendo in grado di fare quello che riuscivo
a fare io: “uno senza una gamba”. Ricordo un episodio successo anni fa: Un ragazzo che faceva parte del gruppo degli arrampicatori che frequentavo si
è fatto male. Durante un infortunio sul lavoro gli è stato tagliato il polpastrello dell’indice. Quando l’ho incontrato, aveva la mano fasciata ed era disperato:
era convinto di non poter più arrampicare. Le sue parole mi hanno sconvolto, ho solo alzato i pantaloni per fargli vedere la mia gamba e gli ho risposto:
“guarda! Io mi arrampico!”.
Si può fare tanto, basta solo crederci…
Certo, ma bisogna anche conoscere i propri limiti, sapere fino a che punto si può arrivare.
I limiti sono legati anche al tipo di handicap…
Sì, non posso per esempio “fare le vie” come le fa qualcuno che non ha il mio problema. Io le devo interpretare, tradurre su di me. Con
gli anni ho acquisito una notevolissima capacità di interpretazione del movimento.
L’arrampicata sportiva esiste dall’85, ma solo recentemente si stanno organizzando gare anche per disabili…
È vero, ma possiamo parlare ancora solamente di esperimenti. Non esiste la codificazione adeguata per le nostre gare. Questo
potrebbe cambiare solamente se la Federazione di Arrampicata collaborasse con il CIP (Comitato Italiano
Paralimpico). Quando si tratta di
disabili è il CIP che deve approvare un titolo valido all’atleta. I titoli attuali non valgono niente perché non c’è quest’approvazione. È
importante la collaborazione con medici classificatori del CIP che possono creare le varie categorie. Ci vuole anche una commissione che
applichi dei regolamenti, non deve essere l’organizzatore della gara a inventarsi il regolamento. Inoltre, gli atleti con handicap fisico, per
raggiungere risultati migliori, hanno bisogno di convenzioni con Istituti Ortopedici e avere la possibilità di essere seguiti dalle migliori strutture
sanitarie.
Secondo te come si possono incoraggiare i disabili a praticare questo sport?
Inizialmente si potrebbero incoraggiare le persone che sono già portate verso lo sport o sono impegnati in altre discipline. Si potrebbe
dare più visibilità agli arrampicatori disabili, portandoli come esempio per altri. Personalmente mi farei “usare” in questo senso. Mi ha fatto
sempre tanto piacere quando le persone che mi hanno visto arrampicare, o hanno sentito parlare di me, mi hanno contattato raccontandomi
le proprie storie, in qualche modo senza volere ho cambiato in meglio la vita a qualcuno. Parole come “ti ho visto arrampicare e ho capito che
la mia vita non era finita” riempiono la mia vita di un valore aggiunto. Sono felice di far vedere alla gente che si può praticare l’arrampicata
anche con dei problemi fisici.
Nelle gare rappresenti sempre l'Istrice, cosa significa per te essere un atleta di questa società sportiva?
Istrice per me è il presente, il passato, ma voglio che sia anche il futuro. È la società che mi ha sempre sostenuto anche nei momenti
difficili. Perfino adesso che lavoro a tempo pieno come Istruttore Federale d’Arrampicata a Faenza sono rimasto atleta dell’Istrice.
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